Il 900

Appunti Provvisori sulla Storia della Foto-Terapia

Ayres Marques

il 900


Il “secolo breve”, come lo ha chiamato Eric Hobsbawm, potrebbe essere definito anche come il secolo dell’immagine, dell’immagine del tipo fotografico. Prima la fotografia, poi il cinema e dopo la televisione. Ad ogni grande evento, ad ogni grande personaggio corrisponde una immagine che lo testimonia e ne diventa l’icona  nella mente degli esseri umani che sono cresciuti nel ventesimo secolo. Basta pensare a qualche avvenimento o a qualche persona e troverai con facilità una immagine fotografica che lo rappresenta. A me verrebbe naturale pensare che il secolo delle immagini, il secolo della psicoanalisi e della cultura di massa avrebbe prodotto anche una disciplina che prevedesse l’utilizzo della fotografia per aiutare le persone ad esplorare il proprio mondo interiore. Ma così non è stato. Le iniziative in questo senso sono rimaste isolate e non si sono articolate tra di loro nonostante numerosi personaggi di spicco della cultura del 900 abbiano utilizzato la fotografia nelle loro pratiche professionali.

Vi propongo alcune iniziative, alcuni nomi e opere del 900’ relazionati alla Fototerapia che hanno contribuito diretta o indirettamente all’elaborazione dei progetti di Ayres Marques.

 

Anni 20’


Abram Kardiner, psicoanalista americano, racconta, nel suo libro “My Analysis with Freud”, che alla fine del suo percorso terapeutico, nel 1922, con Sigmond Freud, ha chiesto e ricevuto una fotografia con autografo dal Padre della Psicoanalisi. Linda Berman, autrice del libro “La Fototerapia in Psicologia Clinica”, deduce che Freud era consapevole dell’importanza che la fotografia potrebbe avere nel processo di congedo.

 

Anni 40’


Jacob Levi Moreno, il padre dello Psicodramma, usava spesso le fotografie come punto di partenza alle sedute di gruppo. Lo Psicodramma di Moreno avrebbe offerto degli importanti spunti alla formulazione di progetti di Fototerapia di Jo Spence negli anni 80’.

 

Carl Ramson Rogers, iniziatore della corrente umanista nella psicologia, si serviva delle fotografie come stimoli durante le sue terapie non direttive.

 

Anni 50’

Floyd S. Cornelison e John Arsenian impiegano terapeuticamente la polaroid con pazienti schizofrenici al Boston State Hospital (1958).

 

Anni 60’

L’autrice dello Sceno Test, Gerhild von Staabs, utilizza delle fotografie accanto ad altri materiali come bambole, corde, plastiche, legno, gesso, figure, per far costruire delle scene ai suoi pazienti.

 

Anni 70’


Lo psicoanalista Heinz Kohut, più conosciuto per i suoi studi sul narcisismo, utilizza delle fotografie nel processo di valutazione, di diagnosi e per chiarire aspetti salienti dell’infanzia del paziente.

 

Silvio Fanti, psichiatra svizzero, fondatore della Micropsicoanalisi, inserisce la fotografia nella pratica terapeutica.

 

J. P. McKinney utilizza la Fototerapia Attiva applicata agli adolescenti. Nel suo articolo Photo Counseling pubblicato nella rivista Children Today, McKinney riporta la testimonianza di una insegnante che racconta come un ragazzo tredicenni di una classe di adolescenti con problemi emozionali abbia iniziato a fare amicizia soltanto dopo aver portato in classe delle fotografie di famiglia per mostrare ciò che non riusciva spiegare verbalmente.

Sue Jennings utilizza la fotografia durante le sue sessioni di psicodramma per produrre dei ricordi condivisi di gruppo.

 

Keith Kennedy, insegnante di arte e teatro conduce un programma di Fototerapia pionieristico, il “Group Camera”, alla comunità psichiatrica interna del Henderson Psychiatric Hospital, in Surrey, Inghilterra. Questo intervento ha una importanza storica fondamentale perché rappresenta la base delle future ricerche e progetti di Jo Spence, una fotografa, scrittrice e attivista socioculturale che metterà a punto una modalità di Fototerapia esercitata al di fuori del setting psicoterapeutico, che servirà come punto di riferimento storico agli interventi di Fototerapia di Ayres Marques, fotografo e esperto di comunicazione e linguaggi non verbali.

 

Jerry L. Fryrear, docente di Psicologia all’Università di Houston e fondatore dell’Istituto per l’applicazione dei video e delle fotografie nella Psicologia Sociale, conduce numerosi interventi di Fototerapia.

 

Robert C. Ziller, docente di Psicologia all’Università della Florida, pratica la Fototerapia Attiva, stimolando i suoi pazienti a scattare delle foto durante e fuori delle sedute terapeutiche. Una esperienza che sarà raccontata nel libro “Photographing the Self”.

 

David A. Krauss, psicologo del Centro di Salute Mentale di Cuyahoga Fall, Ohiao e direttore del Centro di Terapie Visive di Cleveland Hights, Ohio, utilizza ampiamente la fotografia e il video nella sua pratica professionale.

 

Brian Zakem, responsabile del programma di Foto Terapia del “Ravenswood Adult Psychiatric Day Hospital” in Chicago, pubblica sulla rivista Psychology Today l’articolo “Photographs Help Patients Focus on their Problems”, settembre 1977. Gli organizzatori del programma di Foto Terapia ricevono più di 250 richieste per maggiori informazioni.

L’anno seguente, 1978, è stato organizzato il Primo Simposio Internazionale di Foto Terapia alla “Northern Illinois University” a Chicago.

Questo avvenimento segna l’inizio della formazione di un gruppo di professionisti che operano in ambito della salute mentale che negli anni successivi daranno vita all’Associazione Internazionale di Foto Terapia che rimarrà in attività dal 1983 al 1993.

 

Anni 80’ e 90’

 

Stati Uniti

L’Associazione Internazionale di Foto Terapia riesce a raggruppare dei professionisti impegnati nel campo della salute mentale che insieme pubblicheranno la rivista Photo Therapy, e degli importanti libri su questo argomento, tra i quali si distacca Phototherapy in Mental Health di David A. Krauss e Jerry L. Fryrear (1983)

 

Canada

Joel Walker utilizza delle fotografie come stimoli non strutturati con i suoi pazienti

 

Judy Weiser apre il suo PhotoTherapy Centre

 

Francia


Stanislaw Tomkiewicz, psichiatra polacco, utilizza la fotografia nel suo lavoro con bambini ed adolescenti e, insieme a P. Ehrlich pubblica “Le Photodrame: apprentissage et transmissibilité”

 

Mirreille Courtit e Pierre Cadoni, Université de Besançon, esponenti della Scuola di Micropsicoanalisi, utilizzano sistematicamente le fotografie all’interno del loro programma terapeutico integrato che articola delle tecniche attive a delle terapie farmacologiche.

 

Italia

Gioia Marzi, psichiatra e micropsicoanalista, riprende il modello di Courtit e Cadoni per elaborare il suo programma di utilizzo della fotografia nella sua pratica al Centro di salute Mentale di Frosinone.

 

Nicola Peluffo, docente di Psicologia Dinamica all’Università di Torino e direttore dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, pubblica il libro “Immagine e Fotografia”

 

Inghilterra

Linda Berman, psicoanalista, fa ampio uso della fotografia durante le sue sedute. La sua esperienza decennale sarà poi trasformata nel libro “Beyound the Smile – the therapeutic use of photography”

 

Jo Spence, fotografa, scrittrice e attivista socio-culturale, dopo aver conosciuto il lavoro di Keith Kennedy come partecipante al programma di Foto Terapia “Group Camera” negli anni 70’, inizia ad elaborare dei metodi innovativi per l’utilizzo della fotografia come terapia che chiamerà in un primo momento di “Camera Therapy”. Più tardi, quando si affiancherà a Rosy Martin, questo metodo passerà ad essere nominato Photo Therapy. Quando le chiedevano il significato di Foto Terapia, Jo Spence rispondeva: “significa letteralmente, l’utilizzo della della fotografia per curare noi stessi”.

Terry Dennett, curatore dell’archivio di Jo Spence, spiega come il metodo di Jo Spence abbia tratto inspirazione dal Teatro dell’Oppresso di Augusto Boal, adattando le tecniche socio-teatrali di Boal al lavoro con la fotografia e articolandole con altre idee come quelle di Edward De Bono sul pensamento creativo e quelle di Jean Littlewood sulla drammatizzazione del quotidiano.

La Fototerapia di Joe Spence incorpora influenze provenienti da diversi tipi di linguaggi: dal cinema di Dziga Vertov, dalla FotoPerformance di Fred Holland Day, dalla Grammatica delle Motivazioni di Kenneth Burke, dalla letteratura di Lewis Carrol e dallo psicodramma di Jacob Levy Moreno.

Jo Spence ha elaborato e messo in pratica una serie di metodi innovativi come la “Messa in Scena Terapeutica” (Therapeutic Staging), la “Terapia allo Specchio” (Mirror Therapy), lo “Scripting” creando un copione, la “Collaborative Phototherapy” (Fototerapia Collaborativa) in collaborazione con Rosy Martin.

La “Messa in Scena Terapeutica” ha dato origine alla mostra itinerante di gruppo “Rimodeling Photo History” (Re-impostando la storia dello scatto) e al “Crisis Project”, realizzato in collaborazione con Terry Dennett.

La “Terapia allo Specchio”, nella quale lo specchio viene utilizzato come strumento fototerapeutico, permettendo la così la partecipazione auto riflessiva di un sé che si sdoppia nell’altro, del paziente che diventa terapeuta e finalmente del fotografo che diventa modello.

Lo “Scripting”, la creazione di un copione per il fotogramma terapeutico prima dello scatto. Questo intervento è stato inspirato ai metodi di Carl Happich e Robert Desoille e dagli scritti di Kenneth Burke, in particolare della Grammatica delle motivazioni.

La Fototerapia Collaborativa, metodo sviluppato insieme a Rosy Martin, che prende spunto dall’intervento precedente di Jo Spence, il “Therapeutic Staging”,  articolato con il metodo del “Relational Coubseling” (RC) di Harvey Jackin che si basa sul principio del “co-counseling system”, peer-to-peer counseling. Questo concetto viene applicato al rapporto fotografo/modello, nel quale il modello diventa il regista creativo, mentre il fotografo diventa il terapeuta.

La diversità di fonti di inspirazione dei metodi di Jo Spence, ben come la sua creatività e apertura mentale rappresentano, per quanto riguarda la Foto Terapia,  il punto di riferimento storico prevalente per la riflessione e la prassi fototerapeutica di Ayres Marques. 

 

Bibliografia

Linda Berman, La Fototerapia in Psicologia Clinica, Edizioni Centro Studi Erickson (1997)

Abram Kardiner, Una Piccola Nevrosi, Sesamo (1977)

Jacob Levi Moreno, Manuale di Psicodramma: il teatro come terapia, Astrolabio (1985)

Carl Ramson Rogers, Terapia centrata sul cliente, Psycho (2000)

Floyd S. Cornelison e John Arsenian , A study of the response of psychotic patients to photographic self-image experience, Psychiatric quarterly , Vol. 34 (1. 1960)

Gerhild von Staabs, The Scenotest: A Practical Technique for Understanding Unconscious Problems and Personality Structure, Hogrefe & Huber (1991)

Heinz Kohut, Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio-Ubaldini (1986)

Silvio Fanti, Le fou est normal, Flammarion (1971)

Gioia Marzi, Le fotografie: una tecnica micropsicoanalitica applicata in psicoterapia, relazione presentata al congresso Nazionale della Società Italiana di Psicoterapia Medica a Biella (2004)

J. P. McKinney, Photo Counseling, Children Today, vol. 8 (1979)

Sue Jennings, Remedial drama, Pitman (1973)

Terry Dennett, The Wounded Photographer: The Genesis of Jo Spence’s Camera Therapy, Afterimage nov-dec (2001)

Terry Dennett, Jo Spence’s camera therapy: personal therapeutic photography as a response to adversity, European Journal of Psychotherapy & Counselling (2009)

Jo Spence, Putting Myself in the Picture: a Political, Personal and Photographic Autobiography,
Camden Press (1986)

David A. Krauss e Jerry L. Fryrear, Phototherapy in Mental Health, Charle C. Thomas (1983)

Judy Weiser, sito del “Photo-Therapy Centre”

Stanislaw Tomkiewicz e P. Ehrlich, Le Photodrame: apprentissage et transmissibilité, Bulletin de Psychologie, n. 352 (1981)

Nicola Peluffo, Immagine e Fotografia, Borla (1984)

 

 

 

 

 

 

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