150 Anni

La Fototerapia in Italia: una ri-scoperta

                                                     Ayres Marques Pinto, 2006

Quando nel 2001 ho presentato il progetto Foto-Inconscio alla Comunità Alloggio Il Filo di Arianna, ASSCOOP, avevo in mente soltanto l’idea di condividere il piacere di scattare delle fotografie con persone che attraversavano un momento difficile della loro vita. Non sapevo niente sull’esistenza della fototerapia. Semplicemente ero consapevole dei cambiamenti che occorrevano dentro di me ogni volta che uscivo con la mia macchina fotografica: facevo più attenzione alle cose intorno a me, le emozioni diventavano più forte e si creava un nuovo tipo di contatto visivo con le altre persone.

Basandomi su questa percezione ho elaborato il progetto Foto-Inconscio che consisteva sostanzialmente nel coinvolgere attivamente gli ospiti di una comunità terapeutica nei vari momenti del processo fotografico: dalla posa allo scatto (dentro e soprattutto fuori della comunità), dalla creazione dei loro album di famiglia alla scrittura dei racconti che ne scaturivano; dallo sviluppo dei rullini alla stampa delle foto in camera oscura; dalla scansione delle foto ai ritocchi delle immagini al computer; dalla scelta delle foto all’organizzazione di una mostra.

L’idea di questo progetto è nata a Natal, nel Rio Grande do Norte, in Brasile, quando nel 1995 realizzavo per lo Spazio Culturale Babilonia (Espaço Cultural Babiônia) la video-antologia “Um Dia – A Poesia” (Un Giorno – La Poesia), per la Festa Nazionale della Poesia, il 14 Marzo. Il poeta visuale Dottor Franklin Capistrano è stato il primo ad accettare l’invito a partecipare al video, facendo la sua performance nel suo posto di lavoro: il manicomio della città.

Mentre lo psichiatra diceva i suoi poemi visivi lungo i corridoi dell’ospedale, ho notato che i pazienti ci osservavano con curiosità e che molti di loro volevano prendere parte alla performance. In quel periodo ho iniziato a immaginare come sarebbe stato positivo intraprendere un percorso fotografico insieme alle persone in difficoltà.

L’opportunità di concretizzare quella idea si è presentata nel 2001, quando un’amica psicologa, Rita Messi, ha parlato del mio lavoro a Loredana Chielli, direttrice della comunità Il Filo di Arianna, gestita dalla cooperativa sociale ASS.COOP di Ancona.

Nella mia prima visita al Filo di Arianna, sono stato ricevuto da un signore molto elegante e attento che ha ascoltato con interesse la mia proposta di progetto. Alla fine della presentazione, il gentile signore mi ha condotto all’ufficio della direttrice. Soltanto allora ho capito di non aver parlato con lo psichiatra ma piuttosto con un ospite della comunità.

Nell’ufficio, oltre alla direttrice, si trovavano due persone: un giovane che masticava nervosamente le punte dei suoi capelli, e una signora fortemente truccata, dai capelli rosso Ferrari, che parlava con una voce baritonale mentre fumava accanitamente.

Notando il mio disagio nel parlare del progetto in presenza di quelle persone strane, Loredana me le presentò: erano due educatori.

Con meno entusiasmo ho presentato la proposta di realizzare un percorso fotografico, “Foto-Inconscio”, insieme agli ospiti e operatori della comunità. È stato approvato.

Per due anni abbiamo girato per Ancona scattando delle foto, sviluppando dei rullini e stampando le immagini che più tardi sarebbero state presentate in una mostra il cui successo è andato oltre le nostre aspettative.

Questa esperienza mi ha permesso di capire quanto e in quale modo gli atti del fotografare possono avere una valenza terapeutica.

Certamente qualsiasi attività è potenzialmente terapeutica: camminare, dormire, praticare sport, andare al cinema, suonare uno strumento, ridere, chiacchierare; perciò, anche scattare, guardare o mostrare delle foto può essere profondamente terapeutico, ma lo è in una maniera molto particolare che risulta dalla propria specificità della creazione dell’immagine fotografica.

Dato che l’immagine fotografica non è costruita manualmente, ma viene catturata direttamente dal mondo esteriore, il fotografo è obbligato a uscire da sé, a stabilire un contatto con la realtà e così facendo crea un legame tra il suo mondo interiore con quello che lo circonda. Inoltre, questo tipo di rapporto “dentro-fuori” mediato da una macchina fotografica dà al fotografo un potere decisionale che poche altre attività possono offrire. Il fotografo è l’unico a decidere, in mezzo ad infinite possibilità, ciò che sarà immortalato.

Lungo questo percorso ho potuto osservare alcune persone, che di solito erano completamente assorbite dai loro pensieri, alzare gli occhi e cominciare a guardare il mondo, semplicemente perché portavano con sé una macchina fotografica. Ho visto delle persone con una bassa autostima mostrare al pubblico orgogliosamente le bellissime foto che loro stesse avevano scattato e stampato.

Una volta è stato domandato a un ospite cinquantenne, F.D., che aveva trascorso gran parte della sua vita in svariate istituzioni di cura, perché a lui piaceva così tanto prendere parte al progetto; e in quale maniera riteneva che la fotografia lo stesse aiutando. Lui ha spiegato di essere sempre stato ansioso, ma quando usciva per fotografare era in grado di passare tanto tempo a guardare attraverso il mirino e mentre aspettava il momento esatto di scattare una foto nel modo che lui voleva, la sua ansia spariva.

“Al contrario, mi sento come se fossi sospeso nel tempo, come se non ci fosse un passato o un futuro da preoccuparmi, ma mi sembra che ci sia soltanto il momento presente”.

F.D. si è rivelato un fotografo molto originale con un senso acuto di composizione di tipo geometrico, nelle sue foto la città sembrava un paesaggio sempre vuoto, senza abitanti.

Durante un seminario all’Università di Urbino hanno fatto una domanda simile all’ospite più giovane della comunità, L.C., un’adolescente che aveva abbandonato casa precocemente e che nonostante l’età aveva già un importante vissuto alle spalle prima di trovarsi in comunità. Lei ha spiegato di aver condotto la sua vita in una specie di simultaneità a 360 gradi: “Ho sempre voluto vedere tutto, sperimentare tutto contemporaneamente. Quando scatto però, nonostante mi senta libera di fotografare quello che voglio e come voglio, sono obbligata a scegliere una piccola fetta del mondo alla volta”. Questo limite imposto dalla sua macchina fotografica le ha fatto capire che lei poteva essere se stessa e esprimersi liberamente anche quando era chiamata a fare i conti con le restrizioni imposte da un mezzo espressivo o, per estensione, dalle regole della società. Per l’allestimento della mostra L.C. ha preferito mostrare un gran numero di piccole fotografie messe insieme che formavano dei grandi pannelli, mentre gli altri hanno preferito fare delle stampe più grandi di una piccola selezione di foto. I due ospiti hanno lasciato la comunità subito dopo la mostra. Lei si è iscritta all’università, al DAMS di Bologna. Lui è andato a vivere da solo: vive una vita normalissima, frequenta dei corsi di lingue straniere e viaggia in Europa, addirittura in aereo.

Fra i tanti fattori che hanno contribuito all’esito di questo primo intervento vorrei menzionarne tre:

1. il fatto di aver rifiutato il ruolo di istruttore di fotografia. Non mi sono mai preoccupato di insegnar loro a fotografare; al contrario, sono stato io ad aver imparato tanto da loro. Le nozioni tecniche della fotografia venivano prese in considerazione soltanto quando loro ne avvertivano il bisogno. Ho sempre ritenuto più importante valorizzare l’originalità e l’unicità dello sguardo di ognuno piuttosto che insegnare loro a creare delle belle immagini per piacere agli altri.

2. la familiarità che abbiamo con la fotografia. La fotografia è di casa per tutti noi. Siamo stati fotografati dalla nascita, da sempre vediamo delle foto appese sui muri e la maggior parte di noi ha almeno un paio di volte scattato qualche foto. Per questa ragione la fotografia è più rassicurante e richiede paradossalmente una minore esposizione da parte nostra rispetto ad altre forme di espressione molto più antiche e può rappresentare un ponte verso la pittura (attraverso il collage per esempio), il racconto, il teatro, la danza e la musica. La fotografia è diventata parte della nostra forma mentis; secondo Marshall McLuhan, l’uomo del novecento vede fotograficamente.

3. la fotografia fa gruppo!  

Al termine di questa prima esperienza ho avvertito la necessità di formarmi e di informarmi sulle modalità di utilizzo della fotografia come strumento riabilitativo e terapeutico. Ho iniziato a chiedere agli psicologi e agli psichiatri con cui lavoravo se potevano suggerire una bibliografia su questo tema, senza ottenere alcun risultato. Ho cercato delle informazioni presso gli amici fotografi e anche un professore di psicologia. Ma la ricerca non mi aveva portato a nessun titolo. Mi sono rivolto a internet e ho scoperto che la fototerapia era molto utilizzata in campo dermatologico per trattare alcune patologie della pelle per mezzo dell’applicazione della luce. A questo punto ho cominciato a credere che forse avevo casualmente scoperto qualcosa di nuovo, qualcosa che ho chiamato “fototerapia attiva”.

Finché un giorno L.C. mi ha invitato a partecipare alla lezione di apertura dell’anno accademico di Fotografia al DAMS di Bologna, tenuta dal professor Claudio Marra. Prima di partire per Bologna, sono passato in una libreria  per cercare un libro del professor Marra. Ho visto un titolo molto interessante: “Le idee della fotografia”, pubblicato dalla Mondadori. Questo libro raccoglie un centinaio di testi sulla fotografia scritti da filosofi, storici, esperti della comunicazione e della semiotica, artisti, poeti, scrittori, sociologi e anche psicologi e psichiatri. Barthes, Eco, Calvino, Valery, Sontag, Wenders, McLuhan, Dubois e Bazin sono alcuni nomi famosi che compaiono in questa validissima antologia.

Fra questi testi si trovava anche un brano del libro “Fototerapia e Diario Clinico” di Giusti e Proietti, pubblicato da Franco Angeli. Questo libro, che non è più in commercio, è una guida all’utilizzo della fotografia e della scrittura in forma di diario in ambito psicoterapeutico. Gli autori dichiarano di aver seguito le strade aperte da due studiose della fototerapia: Linda Berman e Judy Weiser.

Il libro di Linda Berman “Beyond the Smile: The therapeutic Use of Photography” è stato pubblicato in Italia dalla Erickson Edizioni nel 1993 col titolo “La Fototerapia in Psicologia Clinica”. In questo libro l’autrice ripercorre il suo itinerario di scoperta e di utilizzo della fotografia nella sua pratica di psicoterapeuta in Inghilterra. La Berman racconta la sua esperienza e espone le sue riflessioni che vengono sostenute da numerosi casi clinici.

Judy Weiser, psicologa americana, ha scritto il libro “PhotoTherapy Technics – Exploring the Secrets of Personal Snapshots and Family Albums” e gestisce il sito sulla fototerapia del Photo-Therapy Centre.

Ho trovato particolarmente interessante la distinzione proposta da Judy Weiser fra fototerapia e fotografia terapeutica. Secondo l’autrice, il termine fototerapia dovrebbe riferirsi soltanto all’utilizzo della fotografia come strumento coadiuvante del processo psicoterapeutico, ossia, la fotografia in terapia all’interno di un formale setting terapeutico nel quale una figura  professionale della salute mentale aiuta un paziente a risolvere le sue difficoltà emozionali. In altre parole, fototerapia significa fotografia in terapia. Fotografia terapeutica a sua volta sarebbe l’uso della fotografia come terapia fatto da professionali, non necessariamente terapeuti, al di fuori del setting terapeutico. In questo caso, terapeutico ha lo stesso significato che i greci attribuivano alla parola “terapeia”, cioè, cura, attenzione, trattamento. Questa nomenclatura non è universalmente riconosciuta. Jo Spence e Rosy Martin, due importanti pioniere in questo campo, hanno una opinione diversa rispetto alla definizione della fototerapia. Per Jo Spence fototerapia significa “letteralmente, utilizzare la fotografia per curare noi stessi” e osserva che “la fototerapia dovrebbe essere vista in un contesto più ampio della psicanalisi, prendendo sempre in considerazione la possibilità della TRASFORMAZIONE ATTIVA”.

In questa prospettiva,  il progetto Foto-Inconscio, realizzato presso la comunità psichiatrica Il Filo di Arianna sarebbe considerato un intervento di fototerapia secondo la definizione di Jo Spence e di fotografia terapeutica secondo Judy Weiser, considerandosi che le attività non avevano luogo all’interno di un  formale setting terapeutico e non servivano come punto di partenza per la verbalizzazione di sentimenti, emozioni o ricordi. Il nostro unico obiettivo era il piacere di trovarsi insieme per fotografare. La nostra attenzione era rivolta alle cose e alle persone che ci circondavano, dimenticando per un momento le nostre preoccupazioni e i pensieri quotidiani, e era precisamente questo atteggiamento che trasformava i nostri incontri in qualcosa di terapeutico senza che fosse tuttavia terapia nel senso formale della parola.

Si può essere d’accordo o meno sulle definizioni che la Weiser attribuisce ai termini fototerapia e fotografia terapeutica; si può anche discutere sulla validità stessa di una separazione di questi due concetti nella modalità proposta da Judy Weiser. Rimane sempre il fato che la parola fototerapia può suscitare tanti significati che non sempre sono coerenti tra di loro e conseguentemente è doveroso esplicitare che cosa si intende per fototerapia quando si sta trattando questo tema.

Più tardi mi sarei reso conto che sono stati in molti ad utilizzare individualmente la fotografia come strumento terapeutico nella loro attività professionale, spesso senza sapere che la fototerapia aveva gia una lunga storia alle spalle. Precisamente 150 anni fa, il 22 maggio 1856, il Dottor Hugh Welch Diamond, fotografo e psichiatra del manicomio di Surrey, presentava alla Royal Society of Medicine, a Londra, la sua relazione sulle possibilità di applicazione della fotografia nel trattamento di pazienti psichiatrici.

Fu soltanto nel 1978 che diversi psicologi, psichiatri e altre figure professionali dell’ambito della salute mentale si sono riuniti per scambiarsi informazioni e per discutere le loro esperienze nel First International PhotoTherapy Symposium. Alcuni dei partecipanti di questo simposio come Entin, Steward, Walker, Weiser, Wolf e Zakem, hanno collaborato al libro Phototherapy in Mental Health organizzato da David Krauss e Jerry Fryrear. Secondo gli editori, “il libro si proponeva a offrire una visione generale sul campo della fototerapia, a introdurre il lettore alla storia della fotografia e del suo utilizzo terapeutico, mostrare come la fotografia viene usata in terapia e quali concetti di psicoterapia sono maggiormente applicabili”.  Secondo me questa opera rappresenta un faro che può servire da guida a chi voglia utilizzare la fotografia sia in terapia che come terapia.

Negli stessi anni in cui si organizzava il Primo Simposio, Jo Spence, in Inghilterra, intendeva per fototerapia una modalità di intervento che consisteva nell’utilizzare la fotografia per potenziare il suo percorso di esplorazione di sé e di auto guarigione.

In questi ultimi anni, ho incontrato tantissime figure professionali che si avvalgono della fotografia nella loro attività di animatori, psicologi, psichiatri, educatori, insegnanti, artisti, arteterapeuti, assistenti sociali e fotografi. Come è capitato anche a me, molti di loro ad un certo punto hanno immaginano di aver inventato una nuova tecnica che spesso viene chiamata fototerapia, ma che assume, secondo ognuno un significato particolare.

Dopo il mio primo intervento di fotografia terapeutica presso la comunità Il Filo di Arianna, ho avvertito la necessità di orientarmi all’interno di una struttura teorica e pratica che mi fornisse gli strumenti per impostare il mio lavoro in maniera coerente e articolata rispetto alle altre figure professionali con cui dialogavo. È stato allora che ho iniziato il mio percorso di formazione come animatore.

“L’animatore è un professionista che opera nel sociale, il cui scopo è il benessere dei soggetti, individuali e aggregati, attraverso specifici strumenti ludici, espressivi e di attivazione culturale”. Guido Contessa, autore di questa definizione e pioniere dell’animazione italiana professionale, dimostra come l’animazione possa far parte di un processo educativo, di un processo artistico o di un programma terapeutico, pur mantenendo la sua specificità. Contessa afferma che le discipline a cui la prassi dell’animazione fa riferimento sono la psicologia sociale e di comunità, il linguaggio artistico, l’antropologia culturale, la sociologia e la pedagogia.

Dal 2002 ad oggi (2006), la combinazione di fotografia e animazione mi ha consentito di fare esperienze proficue: ho realizzato in collaborazione con le inseguanti della scuola primaria e secondaria un progetto di fotografia terapeutica chiamato Fotoscuola; e presso alcune case di riposo nelle Marche ho idealizzato una iniziativa che consisteva nella creazione di un ponte generazionale fra giovani e anziani attraverso la fotografia. Questo intervento ha dato origine al progetto intitolato “Il Volto e la Voce del Tempo – la fotografia terapeutica in animazione.”

In ambito psichiatrico, insieme a due psichiatri e uno psicologo del Centro di Salute Mentale di Osimo abbiamo condotto un intervento di Fototerapia il cui titolo è “La Mente nel Mirino – A Spasso per la Città” che costituisce l’approfondimento maturato del progetto “Foto-Inconscio”.

Questo ultimo progetto si è concluso a Loreto con la mostra-seminario “150 Anni di Fototerapia”. Professionisti di diverse aree hanno presentato e discusso le iniziative connesse alla fototerapia realizzate nella Regione Marche.

Il Professor Franco De Felice, docente di Psicologia all’Università di Urbino e presidente della cooperativa sociale ASS.COOP, ha fatto alcune considerazioni sul progetto Foto-Inconscio, realizzato presso la comunità Il Filo di Arianna e ha parlato delle tesi di laurea sulla fototerapia di cui è stato relatore presso l’Università di Urbino.

Il Dottor Vinicio Burattini ha analizzato alcuni aspetti del programma riabilitativo “La Mente nel Mirino – A Spasso per la Città” del Centro di Salute Mentale di Osimo.

In questa occasione ho presentato il libro che avevo pubblicato l’anno prima: “Il Volto e la Voce del Tempo” (Associazione BrasiLeMarche). Il libro raccoglie varie esperienze in cui la fotografia è stata utilizzata  allo scopo di costruire ponti generazionali per avvicinare persone di differenti età. In una delle iniziative raccontate, gli studenti della scuola media ricevevano delle foto di anziani residenti in case di riposo e erano stimolati a scrivere la biografia immaginaria delle persone di cui conoscevano soltanto il volto. In un secondo momento, “biografi e biografati” si incontravano di persona per la prima volta, ma si sentivano già come se fossero vecchi amici.

L’evento si è chiuso con un dibattito coordinato dalla Dottoressa Assunta Lombardi, psicologa del CSM – Ancona Nord.

La mostra-seminario “150 Anni di Fototerapia” ha rappresentato un importante incentivo all’ampliamento del Gruppo di Ricerca sulla Fototerapia (GRIFO).

Alla conclusione del seminario, una giovane psicologa si è avvicinata per commentare la sua sorpresa nello scoprire che la fototerapia esisteva da tanto tempo e non riusciva a nascondere il proprio disappunto nel constatare che la fototerapia non era una sua invenzione. La capivo molto bene, visto che anch’io avevo provato questo sentimento alcuni anni prima. Credo che ancora oggi molte persone non sappiano che già alla metà dell’800 Hugh Diamond aveva avuto l’idea di valersi del nuovo strumento tecnologico, la fotografia, per documentare con maggior precisione i casi di patologie mentali. Lo psichiatra inglese ha notato che alcuni pazienti rispondevano all’osservazione delle loro fotografie in maniera sorprendente: diventavano più consapevoli della loro identità fisica e prestavano più attenzione alla loro apparenza, poiché la loro autostima era rafforzata ogni volta che vedevano una loro foto in cui “stavano bene”. Le fotografie fatte da Hugh Diamond, la sua relazione e i disegni ispirati alle sue foto sono stati pubblicati nell’interessantissimo libro “The Face of Madness”, organizzato da Sander L. Gilman, 1997, pubblicato dalla Citadel Press.

Spero comunque che molte altre persone, in tutto il pianeta, continuino a ri-scoprire la fototerapia per molti e molti anni. È con questo spirito che propongo il brindisi:

Fototerapeuti di tutto il mondo, unitevi!

Loreto, 22 maggio 2006

Ayres Marques Pinto – Fotografo e Animatore

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